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Le organizzazioni potrebbero essere disallineate col mercato del lavoro in tema Smart Working

Manuela Cortesi 

Content Manager

Dalle ultime analisi INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) in Italia è appena il 14,9% degli occupati che svolge parte dell’attività da remoto, ma potrebbe essere quasi il 40%, considerando la potenziale telelavorabilità. Pertanto, la quota che effettivamente si traduce in lavoro a distanza è minoritaria, nonostante il boom che si è avuto nel 2020, in piena pandemia, quando si è passati dal 4,8% dell’anno precedente al 13,7%.

“I dati ci dicono che la quota del lavoro da remoto varia dal 25% per le professioni intellettuali o esecutive al 2% di quelle non qualificate. Dietro questa distribuzione vi è sicuramente il differente grado di fattibilità del lavoro da remoto nelle diverse professioni, ma anche la differente capacità manageriale di adottare nuovi modelli di organizzazione del lavoro facendo uso delle nuove tecnologie digitali.”

Sebastiano FaddaPresidente Inapp
smart working come va nel 2023

Smart Working in stallo?

Finita l’era dello Smart Working dunque…? Non proprio: piuttosto il trend innescato dalla pandemia non è più così forte, appunto perché sta venendo meno il catalizzatore dell’emergenza sanitaria.

Dopo l’impennata dell’epoca pandemica era in qualche modo prevedibile che vi fosse una stagnazione nell’impiego dello strumento Smart Working, considerando anche che ora le organizzazioni che intendono usufruirne devono dotarsene a livello strutturale e non possono più – salvo delimitati casi – impiegare la snella procedura emergenziale.

Ma cosa dice il mercato del lavoro?

LinkedIn ci aveva aggiornati a fine 2022, mostrando un calo di offerte in remoto rispetto a febbraio 2021, offerte che però cannibalizzano un numero sproporzionato di candidature in confronto a quelle solo in sede. Emblematico è l’esempio degli Stati Uniti: a ottobre solo un annuncio di lavoro su sette offriva come opzione lo Smart Working, ma la piccola fetta di annunci di lavoro ibrido ha attirato più della metà di tutte le candidature. Lo stesso trend si conferma anche in Europa.

Smart Working 2023

Un buon motivo per restare

Secondo McKinsey & Company poi, la flessibilità è la prima tra i Top Factors di retention insieme a inclusività, percezione di sicurezza, sostegno adeguato a salute e well-being, oltre alla percezione del senso del proprio lavoro.

smart working flessibilità in azienda 2023

Lo Smart Working per un futuro sostenibile

Insomma, nel lavoro post pandemico interrogarsi su come attrarre i migliori talenti e, non ultimo, su come rispettare l’ambiente e migliorare il mondo che ci circonda ora significa (anche) implementare politiche di flessibilità e remotizzazione del lavoro. I vantaggi dello Smart Working per la società sono evidenti, e il management che si volta dall’altra parte potrebbe scontare questa miopia in ottica di attraction e retention.

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